Cosa è

Lo scompenso cardiaco è una malattia sempre più frequente che compare quando il cuore, danneggiato, non è più in grado di svolgere la sua normale funzione di pompa e di mantenere un adeguato flusso di sangue agli organi, che quindi non ricevono abbastanza ossigeno e nutrienti vitali.

Come si manifesta?
Lo scompenso cardiaco è una patologia fortemente sintomatica (affaticamento, respiro difficoltoso, gambe gonfie).

Quali sono le cause?
Le cause più frequenti sono la malattia coronarica, ed in particolare l’infarto miocardico, l’ipertensione, le malattie delle valvole cardiache e le cardiomiopatie.
Nei paesi occidentali sono due le principali patologie che ne sono principalmente responsabili: l’infarto acuto del miocardio e le miocardiopatie (ossia patologie che colpiscono direttamente le cellule miocardiche, causandone alterazioni funzionali e strutturali). Negli ultimi anni, inoltre, sembra essere diventata molto comune, come causa di scompenso, anche la miocardite, un processo infettivo, principalmente di natura virale, che colpisce le cellule del miocardio. Infine tutti i processi patologici a carico delle valvole cardiache possono determinare uno scompenso cardiaco se non trattate in modo appropriato.

“Perché è così importante? Quali sono le dimensioni del problema?
La prevalenza dello scompenso cardiaco ossia la percentuale di persone che soffre di questa malattia in Europa e nel nostro paese è pari al 2-2,5%.
Ciò significa che circa 15 milioni di cittadini Europei ed 1 milione di nostri connazionali hanno questa malattia.
Secondo recenti stime, il numero di malati tenderà a superare i 30 milioni nel 2020.
La prevalenza cresce in maniera esponenziale con l’età: meno dell’1% sino a 60 anni, 2% tra 60 e 70, 5% tra 70 e 80, attestandosi a oltre il 10% dopo gli 80 anni.

Chi viene a essere colpito?
Lo scompenso cardiaco è più comune tra gli uomini ed è in costante crescita per l’allungamento della vita media e, paradossalmente, per l’aumento della sopravvivenza della cardiopatia ischemica e dell’infarto miocardico. In generale, comunque, almeno una persona su tre, uomo o donna, è a rischio di sviluppare scompenso cardiaco entro 5 anni da un infarto e questa percentuale supera abbondantemente il 50% negli
ultrasessantacinquenni.

Lo scompenso incide fortemente sulla qualità della vita e necessita molto spesso di ricovero in ospedale.

Si può morire di scompenso?
Lo scompenso cardiaco è purtroppo molto più comune, pericoloso e mortale dei più frequenti tumori, quali quello alla mammella, ai testicoli, all’utero e all’intestino. Ogni anno si verificano più di 3 milioni e mezzo di nuovi casi di scompenso cardiaco in Europa, mentre meno di un milione sono le diagnosi di tumore del seno, dell’utero, dei testicoli e del colon-retto, considerati tutti insieme.
Inoltre, circa il 25% dei malati muore entro un anno dal primo ricovero ospedaliero e solo il 25% degli uomini e il 38% delle donne sopravvive oltre i cinque anni dalla diagnosi.
Negli ultimi 50 anni la sopravvivenza allo scompenso cardiaco è migliorata in entrambi i sessi grazie ai farmaci, ai dispositivi medici e alla chirurgia. Nonostante l’efficacia dei diversi trattamenti, tuttavia, anche quando la malattia è curata adeguatamente, la mortalità rimane elevata.

Quale è la situazione in Italia? E a Piacenza?
In Italia, negli ultimi anni lo scompenso cardiaco è divenuto la prima causa di morte e il maggior costo in assoluto per ricoveri ospedalieri. I malati di scompenso cardiaco nel nostro Paese si stimano in circa 1 milione, un quarto dei quali di età inferiore ai 65 anni.
Secondo i dati del Registro IN-CHF, ossia il Registro dell’ANMCO – Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri – che da oltre 10 anni traccia un puntuale profilo della malattia, il 59% dei malati ha in media meno di 70 anni; in 7 casi su 10 è maschio, con una maggior numero di maschi giovani al di sotto dei 70 anni e, al contrario, una maggioranza di femmine oltre gli 80.

L’incidenza della malattia, ossia il numero di nuovi casi che si presentano ogni anno è di circa 100.000. L’incidenza tende ad aumentare, perché il netto miglioramento delle cure cardiovascolari, favorendo la sopravvivenza di malattie come l’infarto, aumenta il numero delle persone a rischio di scompenso.
Ogni anno i ricoveri sono circa 200.000, in crescita di circa il 16% dal 2000 al 2005. La degenza media è di 9 giorni, in lieve riduzione negli ultimi anni.

Lo scompenso è la terza causa di ricovero ospedaliero dopo, nell’ordine, parto e cataratta e il primo DRG medico. Ma è il più costoso: ogni anno oltre 500 milioni di euro pari a circa il 3% dei costi totali del sistema sanitario nazionale per i ricoveri ospedalieri.
Il rischio che un malato di scompenso cardiaco venga ricoverato è del 25 per cento. Il 7 per cento dei ricoverati, purtroppo, muore in ospedale; quasi la metà (45%) dei dimessi viene ricoverato una seconda volta entro 6 mesi.
Lo scompenso è la prima causa di morte per malattia. Ogni anno sono circa 100.000, più di 270 al giorno, i morti causati dallo scompenso cardiaco nel nostro Paese.

Quale è la situazione a Piacenza?
Analisi condotte utilizzando la banca dati delle schede di dimissione ospedaliera hanno stimato nell’anno 2008 un’incidenza di SC in Emilia-Romagna pari a 4.4 pazienti su 1000 abitanti ed una prevalenza di 20.3 pazienti per 1000 abitanti. A Piacenza abbiamo più di 1200 ricoveri all’anno per scompenso, che fanno sì che ci siano almeno 3 persone al giorno ricoverate per questa patologia. Ricordiamo che il ricovero si associa anche a una mortalità annuale che va dal 30 al 50%.
Questo ha naturalmente un forte impatto sulla comunità sia per le conseguenze sociali, sulle famiglie, che economico per il Servizio Sanitario.

Perché se ne parla così poco?
Nonostante l’evidenza di questi numeri, nessuno ne parla e pochi conoscono questa malattia. Secondo i dati di un’indagine condotta nel 2005 solo 2 italiani su 100 sono in grado di descriverne i sintomi e solo 30 su 100 la ritengono una malattia grave.
Non solo, 1 italiano su 3 è convinto che si tratti di una normale conseguenza dell’invecchiamento e non di una malattia legata a una grave alterazione cardiaca.

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